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Consiglio di Stato n. 5487 del 19.06.2024 sul diritto agli onorari e concetto di “sentenza favorevole"

“[…] lo stipendio di un legale di ente pubblico, senza le propine, si può presumere essere significativamente inferiore al reddito imponibile di un avvocato del libero foro che abbia a proprio carico cause simili per numero e natura; inoltre, si deve considerare che il compenso di un legale tiene conto, ed è direttamente proporzionale, anche alla responsabilità professionale cui è esposto un legale, alla quale non si sottraggono i legali degli enti pubblici (sebbene nei di loro confronti essa si manifesti come responsabilità erariale). Infine, merita rilevare che non si apprezza alcuna ragione logica per cui si debba differenziare l’erogazione delle propine sulla base della natura del titolo: non si comprende, infatti, il motivo per cui a tali fini non debbano essere tenute in considerazione le competenze recuperate sulla base di titoli stragiudiziali o sulla base di titoli giudiziali di rito, se e nella misura in cui i suddetti titoli siano ascrivibili all’attività del legale e pongano a carico della controparte l’obbligo di rifondere all’ente degli onorari di difesa legale. Si tratta, in tutti i casi, di somme che non vanno a carico della finanza pubblica, che vengono recuperate grazie al lavoro del legale e sulla base di un titolo eseguibile; inoltre, il vantaggio per l’ente pubblico non si può escludere – ed anzi in linea di principio va presunto, salvo prova contraria – sia nel caso di transazione che nel caso di sentenza favorevole in rito. Invero, ritenere che in tali casi il difensore sia meno “impegnato” è frutto di un macroscopico fraintendimento sulla attività del legale, e non tiene conto del fatto che anche l’attività transattiva è per definizione benefica, perché prevede concessioni dalla controparte e perché evita la chance di un provvedimento giurisdizionale sfavorevole, sicché da questo punto di vista è anche un dovere, per qualsiasi legale, consigliare una transazione quando la parte assistita sia esposta a un concreto rischio di condanna; quanto alle sentenze in rito, si deve considerare che esse sono spesso pronunciate su specifiche deduzioni in fatto del legale dell’ente, in difetto delle quali il giudice non sarebbe magari in grado di rilevarle d’ufficio. L’insieme di tali considerazioni induce a ritenere veramente semplicistico l’approccio secondo cui la nozione di “sentenza favorevole” dovrebbe comprendere solo i provvedimenti giurisdizionali che, in esito all’esame del merito, abbiano dato ragione all’amministrazione: sul punto si veda anche la sentenza della Corte Costituzionale n. 129 del 2022, nella quale si legge che “La pretesa patrimoniale dell'avvocato o del procuratore dello Stato alla partecipazione al “riscosso” è quantomeno subordinata alla condanna della controparte alle spese ovvero alla presenza di una transazione che ponga su quest'ultima il costo del giudizio”, accreditando una interpretazione estensiva della nozione di “sentenza favorevole”.

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  • Data di creazione 6 Ottobre, 2024
  • Ultimo aggiornamento 9 Febbraio, 2026
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